FILM CANTATO

Dopo l’esperienza di Per Ulisse avevo voglia di proseguire e approfondire, con alcuni dei protagonisti e con altre persone conosciute al Ponterosso in questi anni. Volevo dare un’altra forma, che era già in nuce in Per Ulisse, e questa forma è quella della canzone. Canzoni scritte con le parole dei protagonisti, cantate, interpretate e danzate dai protagonisti. Composte da un gruppo, Piaceri Proletari, che ha mosso i primi passi al Ponterosso proprio nel periodo in cui facevo Per Ulisse…

intanto, in attesa del progetto,  un video per una canzone di Piaceri Proletari, con Pietro Garritano, uno degli interpreti di Per Ulisse

IL MELODRAMMA E IL VISSUTO – UNA VITA DA VIVERE

Il riferimento per dare un’idea del film è L’Opera dei Tre soldi di Bertold Brecht e Kurt Weil – per la composizione di canzoni e recitativo, per la maniera di riappropriarsi della musica popolare e riformularla – che è anche nella maniera dei Piaceri Proletari

Un Opera dei Tre soldi nella scena di qlcuni luoghi di Firenze, di una Firenze popolare (ancora…).

L’epicentro del film sarebbe Piazza Tasso, ai margini del rione Santo Spirito, un lougo di ritrovo un po’ giardino, stazione di bus, un po’ giungla urbana, luogo dove dormire, dove le famiglie vengono a bivaccare. Nelle vicinanze c’è l’Albergo Popolare, antica struttura di accoglienza di senza dimora e profughi, dove vive Kiara, dove altri, come Salvatore, hanno vissuto.

Parlo di melodramma. Nell’idea di sviluppare la forma narrativa della canzone (della canzone che c’era in Per Ulisse, sotto forma di karaoke) c’è l’idea di esplorare la distanza tra vita vissuta e la sua finzione. Un pò come se le storie fossero più grandi della vita (bigger than life), eppure tanto più vere, che sembrano nascere da qualche storia già conosciuta, da qualche film, il Monello di Charlie Chaplin, La Strada di Fellini. Eppure sono successe, succedono, a Fabione, a Salvatore, ad altri. Le storie sono più grandi della vita e bisogna attraversarla, questa vita.

Anche se sembra già vissuta, già raccontata, ineluttabile, come se la sola libertà fosse nell’interpretazione e nella verità che esce da questa interpretazione. La verità che esce dal silenzio che sta accanto, prima, dopo, il momento di interpretare.

Nel melodramma siamo e non siamo il personaggio che rappreseniamo e mi interessa questo sfasamento, quasi un’ assenza, un’assenza dietro la maschera giocata, interpretata, magari di se stessi. Rendere palpabile lo spazio tra quello che siamo, quello che vorremmo essere, quello che siamo per gli altri, qello che gli altri vorrebbero che tu sia. Rendere questo attraverso l’artificio della forma canzone, coreografata, che scaturisca in una scena vissuta, dal vero, documentaristica… o come un contrappunto, un altro spazio (il cinema per me è la creazione e l’esplorazione di spazi mentali).

Questo vissuto sarebbe anche quello del film che stiamo facendo, della sua esperienza? Diffido dal making off, dal fatto ceh si possa dire: era un film, l’obiettivo era la riuscita del film ecc. No, non era solo un film, non era solo una canzone (anche se sarebbe bello che queste canzni poi passino alla radio, nelle playlist, ma è un’altra storia…)